Non aggiusto figli.
L’ho imparato sulla mia pelle, prima ancora di capire cosa stavo imparando.
Sono stato un adolescente in difficoltà, immerso in un contesto che la difficoltà non riusciva a vederla.
Fuori ero il figlio modello — bravo a scuola, nello sport, disponibile, presente.
Dentro stavo andando alla deriva. Nessuno se n’era accorto, o forse nessuno voleva accorgersene.
Il malessere non sparisce perché non viene visto. Si trasforma.
Nel mio caso è diventato rabbia, poi dipendenza. A 25 anni il tappo saltò.
Quello che sembrava un crollo era in realtà l’unico modo che avevo trovato per farmi ascoltare.
L’incontro che cambiò tutto avvenne all’università di Urbino, durante un seminario.
Uno psichiatra poco ortodosso disse una cosa che non avevo mai sentito prima: il mio problema non era la dipendenza.
Era la rabbia che nessuno aveva voluto vedere. E la dipendenza era la soluzione che avevo trovato per sopravvivere a quella rabbia.
Quella frase mi liberò. Per la prima volta qualcuno aveva attaccato la coda al mostro — e il mostro era diventato naturale.
Da quel momento ho dedicato trent’anni a capire come funzionano queste dinamiche nelle famiglie. Ho studiato, ho lavorato, ho sbagliato. Ho imparato a vedere quello che non viene detto — nei silenzi, nei toni di voce, nei comportamenti che sembrano il problema ma sono la soluzione a qualcos’altro.
La mia tesi è questa: i problemi dei figli sono sempre una conseguenza delle dinamiche familiari.
Alcuni genitori non accettano questa tesi, e si mettono sulla difensiva.
Pensano che la causa delle difficoltà possano essere l’adolescenza stessa, internet, le cattive compagnie, la scuola, l’uso eccessivo del telefonino e, non di rado, attribuiscono la responsabilità al padre.
Il fatto è questo. Anche se ci possono essere delle cause esterne alla famiglia, su quelle non hai nessun potere di intervenire.
Al contrario, puoi intervenire sul contesto familiare, per mitigare gli effetti di quelle cause.
Le persone la prendono come una colpa, ma in realtà si tratta di responsabilità.
Quando inizi a vederla in questo modo, ti accorgerai che qualsiasi sia il problema che ti angusta, in verità è un’opportunità per far crescere il contesto.
Un contesto che cresce è contemporaneamente la cura per il problema e la prevenzione contro quelli futuri.
Intervenire sul figlio senza toccare il sistema è come spegnere la spia del motore senza aprire il cofano. Il problema scompare dalla vista, ma il motore continua a scaldarsi.
Il mio lavoro non è sul figlio. È sul sistema — a partire dalla madre, perché è lì che il cambiamento ha più leva.
Il mio lavoro non è sul figlio. È sul sistema.
A partire dalla mamma.
Capita che le mamme mi chiedano, anche un po’ scocciate: “ma perché lavori solo con le mamme?”.
La mamma ha un grande potere, che spesso non viene usato, o peggio, viene usato male.
Quindi lavoro con le mamme per aiutarle a liberare tutto il loro potenziale.
Per il bene dei figli, ma anche per il loro.
Per come la vedo io i problemi hanno questa funzione: ci spingono a lavorare su noi stessi.
Se sei arrivata fin qui, probabilmente hai già capito che le soluzioni che hai provato non hanno funzionato. Non perché tu abbia sbagliato. Ma perché stavano guardando nel posto sbagliato.
Le soluzioni dirette sul problema non funzionano perché, come nel mio caso, il problema emergente non è mai il vero problema.
Più rivolgiamo le nostre attenzioni al problema apparente, più quello diventa forte.
Capita che il problema sparisca, ma la verità è che ha solo preso una forma diversa.
Il figlio impara a nascondere, perché non si sente per niente capito nel suo malessere.
Poi il problema riaffiora, ma in modo dirompente, come la lava di un vulcano al quale è stato tolto il tappo.
A quel punto ti rimarranno a disposizione solo le strategie d’urgenza. E no, non è una buona notizia.
Mamma Start è il primo passo per vedere nello specifico della tua famiglia, qual è il vero problema che oggi non puoi proprio vedere. Non perché ti manchino le capacità, ma perché ti manca la prospettiva.
Paride Galavotti