La rabbia è una porta travestita da muro: non aspettare che si chiuda definitivamente.
Ancora non sei pronta a credermi, ma posso dirti con certezza che la rabbia è una buona notizia.
Ricevo molti richieste d’aiuto rispetto alla rabbia dei figli che suonano più o meno così:
“Voglio sapere come fare per gestirla, per contenerla e per non farmi travolgere.
Mi chiedono una tecnica per spegnere l’incendio, ma quello è il modo migliore per incendiare tutta la casa.
Né troppo stretti né troppo assenti: Il paradosso dei confini
C’è un’aspetto molto frequente che limita il potenziale dei genitori.
Usare gli stessi metodi educativi del passato, quelli che hanno vissuto sulla loro pelle, per risolvere i problemi di oggi.
Oppure, che dal mio punto di vista è anche peggio, provare metodi educativi che siano l’opposto di quelli che hai subito nella tua famiglia d’origine.
I metodi del passato non ci andavano tanto per il sottile: le emozioni erano considerate un disturbo, difatti venivano spente sul nascere.
Quella strategia aggressiva una funzione ce l’aveva: i figli sentivano i confini.
Quindi, io posso avere tanta rabbia dentro perché i confini che ho sentito mi hanno soffocato, ma posso anche averla perché non ho sentito confini e adesso non mi sento né carne, né pesce.
Se osservi le nuove tendenze adolescenziali, noterai come sempre più ragazzi
non si sentono né carne, né pesce.
Non c’è nessuna identità chiara e definita.
Adesso sono una cosa, poi un’altra.
Adesso mi piace una cosa, poi un’altra.
E come facciamo ad aiutare questi ragazzi che non sentono di avere un’identità, se anche il mondo degli adulti soffre dello stesso male?
Nessuno segue qualcuno che s’è perso come lui.
C’è però un problema nascosto.
Nel momento in cui io Mamma non sento di avere una mia identità definita, il figlio diventa un modo per trovare una mia stabilità, il problema è che sarà una stabilità virtuale, perché non parte da me.
Quando il figlio, quindi, inizierà a liberarsi dal vincolo simbiotico con la mamma, per prima cosa lo farà attraverso la rabbia, ma la mamma si metterà di traverso: resisterà.
Non perché, come dirà e come si dirà, non accetta la rabbia, ma perché le viene a mancare la sostanza, il figlio, che l’aiutava ad illudersi di avere una sua stabilità.
Non accetti la sua rabbia? Lo trattieni.
Ti spaventi della sua rabbia? Non lo aiuti.
Risultato? La rabbia aumenterà.
Conseguenza? Il figlio inizia ad essere catalogato come problematico.
La buona notizia nascosta nella rabbia
Ma perché la rabbia non è una cattiva notizia?
Perché la rabbia è un segno che tuo figlio ci sta ancora provando, e non è scontato.
Poi perché, se non fosse rabbia, sarebbe apatico e rinunciatario, cosa che accade sempre più spesso, ed è peggio: molto peggio.
Lo schema della rabbia è semplice.
Alla base ci sono i nostri bisogni non soddisfatti, i quali generano delusione.
La delusione, a lungo andare, diventa dolore.
Il dolore non si riesce a reggerlo per troppo tempo.
La rabbia è la soluzione per non sentire il dolore.
Ma la rabbia è ambivalente perché da un lato di dice “guarda che qui c’è un muro invalicabile: non ti avvicinare”.
Ma dall’altro lato sta dicendo “ci sto provando, ma è difficile, e vorrei tanto che tu non ti fermassi al muro e trovassi il coraggio di aprire la porta che adesso io non ti faccio vedere”.
La rabbia è strettamente collegata ad un altra parola considerata dai più come “tossica”: l’aggressività.
L’aggressività sana, al contrario, se non viene esercitata, diventa rabbia.
L’aggressività è rivolta all’esterno, è un’azione, è un protendersi in avanti per afferrare la vita.
Nel momento in cui io non posso, non voglio o non sono in grado di protendermi in avanti per afferrare la vita, diventerò rabbioso.
La rabbia la devi vedere così: è aggressività rivolta verso se stessi.
Quindi, nel momento in cui io non esercito la mia sana aggressività, non riuscirò a soddisfare i miei bisogni, il che genererà prima delusione, poi dolore e, infine, rabbia.
Ogni giorno tuo figlio deve far morire qualcosa.
Più nel pratico, non sono aggressivo nel momento in cui non decido.
E non decido perché non voglio far morire le cose, e mi giustifico razionalmente dicendomi: “Chissà quale catastrofe potrebbe succedere se io prendessi quella decisione”.
Mi dico che non decido per la paura di sbagliare, ma la verità è che siccome non voglio decidere, allora mi creo la paura di sbagliare.
Ora, mettiti nei panni di un adolescente, che ogni giorno, ogni ora, e ogni minuto, è costretto a decidere di far morire pezzi dell’equilibrio infantile.
Deve far morire parti del suo corpo che cambiano, emozioni e pensieri: è estenuante.
E diventa ancora più pesante se, chi mi sta intorno, trema per ogni mio tentativo, spesso goffo, di far morire qualcosa che devo lasciar andare.
Qual è il rischio?
Lo vediamo tutti i giorni: ragazzi che si fermano, che rinunciano al viaggio, e rimangono nella sponda infantile.
Moltissimi dei problemi “gravi” come le dipendenze, la depressione, i disturbi dell’alimentazione o il ritiro sociale, possono essere letti come la difficoltà per il ragazzo di rompere l’equilibrio che lo legava alla mamma, per non fargli del male.
Te lo dico in modo ancora più chiaro.
Già il figlio sente una forza che lo tira indietro. Se a quella forza si aggiungono la paure e i divieti dei genitori, allora diventa difficile per lui avanzare.
Quindi, lo fa per non far male a te, ma lo fa anche per non far male a se stesso, solo che per evitare quel male, di fatto rinuncia a vivere.
Se stai vicino ad un adolescente in modo ambivalente, nel senso che tu lo spingi a crescere, ma nei fatti lo stai trattenendo e, ancora peggio, tu ti stai trattenendo dal vivere la tua vita, perché vivi solo quella attraverso di lui, non lo aiuti: sei una zavorra.
Allora i genitori dicono “io proprio non capisco perché mio figlio si comporta nel modo X o Y”. Io faccio di tutto per lui. Sì è vero, sul piano del fare sei impareggiabile, ma sul piano nascosto, quello dell’essere, sei ambivalente, perché dici una cosa, ma sei un’altra.
Ecco perché i figli si isolano, o sembrano disprezzarci: si stanno allontanando da qualcosa che non è chiaro, è confuso. E se io mi devo costruire, ho bisogno che le cose intorno a me siano definite.
Vedila così: lui ha bisogno di quello spazio, ma ti sta anche facendo un regalo, perché ti sta donando il tuo spazio, solo che tu quello spazio non lo vuoi, preferisci la relazione con lui perché senza ti sentiresti persa, questa è la verità.
Allora, siete tutti e due dipendenti da un vecchio equilibrio che sapete di dover lasciare, ma non ci riuscite.
Come fai ad essere la guida autorevole e ascoltata che se stata, se tu per prima fai difficoltà proprio nell’ambito in cui dovresti guidare lui?
Anche la dipendenza non è una cattiva notizia
Ma anche la rabbia non è sostenibile per troppo tempo perché, mentre gli altri ne hanno paura, la verità è che mi sta consumando dall’interno.
Nel mio caso, la soluzione che avevo trovato per provare ad attutire la rabbia, è stato l’uso di sostanze psicotrope: la dipendenza.
E così come la rabbia non è una cattiva notizia, allo stesso modo non lo è neanche una dipendenza.
Lo so che facendo queste affermazioni mi sto scontrando con una visione che giudica come negative sia la rabbia che le dipendenze, ma questa è una visione parziale, ed anche un po’ ipocrita della realtà.
Se io non posso più sentire la rabbia, mi devo spegnere, devo ridurre la mia vitalità: mi devo progressivamente congelare.
Le sostanze assolvono a questo compito: ti congelano le emozioni.
Ma sono, anch’esse, ambivalenti, in più modi, ma ne dirò solo uno: mentre da un lato ti congelano, dall’altro ti devono dare l’illusione che, al contrario, tu sei pura emozione, o puro sentire.
E non mi vergogno ad affermarlo, ma l’uso di sostanze è anche una fuga — una fuga dal dolore che non riusciamo ad affrontare, ma sempre in modo ambivalente.
Sì perché succede che non ti vivi il dolore che dovresti attraversare ma, come per le emozioni di prima, le sostanze ti fanno vivere un dolore surrogato, che è quello che provi quando la sostanza è finita.
Poi ti vivi anche il tuo dolore vero, ma in modo virtuale.
Quindi, vagli a togliere la sostanza/soluzione ad una persona, poi sei in grado di aiutarlo ad attraversare il dolore?
Io adesso ti ho parlato di me, e della mia dipendenza, ma fai ben attenzione, perché con le droghe o con l’alcol si vede bene il meccanismo, ma lo stesso è valido anche per te, non c’è bisogno di usare droghe.
Non sei forse dipendente da tuo figlio?
Non sei forse dipendente dal negativo?
Non sei anche dipendente da qualsiasi cosa possa distrarti dal tuo vero dolore?
E non sei dipendente dal tuo punto di vista sulla vita, anche se è palese che non sta portando i risultati sperati?
L’uso di sostanze però è meglio di una depressione.
Le persone giudicano le soluzioni come la rabbia o le dipendenze, e le combattono come fossero il male assoluto.
Ma il male assoluto, se proprio di male vogliamo parlare, è il dolore figlio della delusione ma, soprattutto, è che quella persona non è in grado di usare la sua sana aggressività.
Questo è il vero problema, ed è su questo livello che si dovrebbe lavorare per avere dei veri risultati.
Vai a togliergli la rabbia: poi sei in grado di aiutarlo a gestire il dolore che emergerà?
Togligli la dipendenza: poi sei in grado di reggere la rabbia che le sostanze aiutavano a tenere sotto controllo?
Ti sto facendo la rabbia del figlio attraverso la mamma
Torniamo ai bisogni non soddisfatti.
Il primo e più importante bisogno, al di là di quelli fisiologici, è il bisogno di sentirsi visti nella propria specificità.
E anche il bisogno di sentirsi un valore a prescindere. Cioè, non legato a quello che facciamo, ai nostri risultati, o a quanto siamo buoni con gli altri.
Il bisogno di sentirsi un valore per il solo fatto che esistiamo.
Poi c’è una variante sconosciuta o sottovalutata: il bisogno di essere accettati anche, o soprattutto, quando diamo il peggio di noi stessi.
Tutti questi bisogni sono nel figlio, ma il problema è che li ha anche la mamma.
Ed entrano in risonanza, si amplificano, e ognuno dei due incolperà l’altro per le sue difficoltà
Io sono perfettamente consapevole che ciò che dirò viola un Tabù molto radicato: la mamma stessa.
Ci sono tre modi per prendere le mie affermazioni:
- Ci si scandalizza e si rispediscono al mittente.
- Mi faccio prendere dai sensi di colpa.
- Vedo cosa posso fare per migliorare le cose ascoltando il senso di responsabilità.
I sensi di colpa sono peggio della peste, perché la mamma diventa la vittima della situazione.
I sensi di colpa servono anche per stare fermi e non cambiare niente.
Se io mamma mi sacrifico per te, quindi soddisfo ogni tuo bisogno, vengo considerata una buona madre.
Mio figlio mi vede, ricevo il suo sguardo amorevole, e mi sento importante; mi sento un valore, ma sarà, poi, veramente così?
Non proprio, perché la verità è come un cipolla: ci sono tanti veli da togliere prima di arrivare al cuore.
Spesso la mamma non sente di avere un valore in profondità.
Può anche essere che non si sia sentita vista, prima nella famiglia d’origine, e poi nella coppia che ha formato.
Se le cose stanno così, e in un certa percentuale stanno così per tutti, la realtà si ribalta completamente.
Non è vero che io mi sacrifico solo per soddisfare i tuoi bisogni, ma lo faccio per soddisfare il mio bisogno di essere vista, o di sentirmi un valore.
Per quanto mio figlio mi guardi con amore, per me quell’amore non sarà mai abbastanza.
Non mi sentirò mai un vero valore in profondità.
La mamma aveva già la sua rabbia per i suoi bisogni non soddisfatti dalla famiglia d’origine prima e dal partner poi.
La soluzione che ha trovato per soddisfare quei bisogni, e quindi anche per non sentire la rabbia e il dolore che c’è dietro, è stato il figlio.
Non so se è chiaro, ma ti sto facendo la rabbia del figlio attraverso la mamma.
Il vissuto profondo del figlio è questo.
Il figlio sente che per quanto si sforzi di essere bravo, ubbidiente e amorevole,
quello che dà alla madre non è mai abbastanza.
Il figlio inizia a dubitare di se stesso: inizia a sentirsi sbagliato.
Ma se io mi sento sbagliato, e provo ad esternare questo mio sentimento, cosa succederà?
Semplice, e diabolico allo stesso tempo, ma la mamma non può accogliere queste mie esternazioni, perché sarebbero la dimostrazione che non è una buona mamma.
Cosa farò, quindi?
Dovrò fare di tutto per metterti a tacere, e come lo farò?
Aumentando ancora di più la mia presenza.
Soddisfacendo altri bisogni, ancor prima che il figlio li abbia esternati.
Mi allontano dalle mie profondità: l’inizio del congelamento
Il figlio, mano a mano che crescerà, sarà sempre meno in contatto con i suoi bisogni, proprio perché c’è sempre stato qualcuno che li ha soddisfatti prima che venissero a galla.
Il figlio si allontana progressivamente dalle sue profondità, dove con profondità intendo le emozioni ed il corpo.
Inizia a congelarsi. Come puoi vederlo?
Diventa un bambino molto razionale, bravo a scuola e che non disturba.
Insomma, diventerà un ragazzino che negherà di avere dei bisogni: talis padri, talis figli.
Lo vedi come si trasmettono i nostri nodi ai figli?
E inizi a capire che se tuo figlio non provasse a rompere questa catena con la rabbia, non avrebbe una vita sua, ma vivrebbe la sua vita come fosse la tua?
Questa è la genesi della vera rabbia, quella profonda. Mentre quella che vedi oggi, quella che non accetti e che vorresti far sparire il più velocemente possibile, è solo uno zampillo di rabbia superficiale.
Per questo i figli non si sentono capiti e si chiudono. Non per la banale spiegazione “è l’adolescenza”, che in parte è anche vero, ma si chiudono soprattutto perché non si fidano più dell’esterno: non vogliono essere ancora delusi.
Ma c’è una cosa che vogliono, solo che lo dicono in modo ambivalente.
Cosa sta davvero dicendo tuo figlio
Ti ho accompagnato un po’ dietro le quinte, e ti posso assicurare che avrei potuto anche farti fare un giro più lungo.
Anche se questo è solo un articolo, le mie consulenze sono una vera e propria formazione, perché non voglio dare ricette preconfezionate, che quelle non funzionano, per un motivo ben preciso.
I figli vogliono che siamo noi ad immergerci insieme a loro: vogliono che ci sporchiamo della stessa sostanza della quale sono sporcati loro e che non riescono proprio a togliersi dalla pelle.
E chiedono aiuto, anche se lo fanno in modo ambivalente, cioè ti fanno vedere una porta, ma travestita da muro.
Ma quando ti rapporti con un figlio, usando una tecnica comunicativa, anche solo replicando un suggerimento ricevuto da qualcuno, anche da me, succede una cosa: la relazione si raffredda ancora di più, mentre noi vogliamo scongelarla, o meglio, i figli lo vorrebbero.
Che cos’è la rabbia, se non un fuoco che arde per scongelare?
Ecco perché non consiglio mai le tecniche per la gestione delle emozioni, che non abbiamo bisogno di gestirle, che poi vuol dire spegnerle, ma di viverle, o meglio, di SENTIRLE.
Vediamo qual è il problema di fondo che la rabbia di tuo figlio risveglia, e qualcosa di più pratico per aiutarti nell’immediato.
La rabbia di tuo figlio è un problema per te perché dietro c’è una di queste cose, o più di una.
- Tu non ti permetti di viverti la rabbia.
- Tu sei piena di rabbia, ma non te ne rendi conto.
- Il sistema familiare è pieno di rabbia, ma si mostra come un contesto docile.
- Tu sei piena di dolore, e non hai nessuna voglia di scongelarlo.
- E io, anche se verrai in consulenza, NON ti chiederò di scongelarlo.
- Hai messo gli altri al primo posto, e ti sei dimenticata di te stessa.
- Così tanto che adesso ti risulta insopportabile chi punta i piedi per rivendicare quelli che lui crede essere i suoi diritti.
- O meglio, non sopporti chi sta cercando di ricordarsi di se stesso o di soddisfare i suoi bisogni.
La rabbia è una buona notizia perché tuo figlio non ha rinunciato e sta chiedendo aiuto, solo che la fa in un modo ambivalente.
Ma se togliessimo un velo alla cipolla, sai cosa vedremmo?
- Che in realtà sta cercando anche di aiutare te, per tutta una serie di motivi che adesso non starò ad elencare, ma fidati che le cose stanno così.
- Poi sta dicendo: guarda che io sono impantanato, sono preso tra due forze, una che mi spinge in avanti, l’altra che mi tira indietro.
- E io vorrei tanto non dover decidere, perché non vorrei mai far morire la relazione che è stata con te, ma mi sa che devo farlo, ma che fatica.
Se tu mamma ti spaventi della mia rabbia, non mi aiuti, perché mi trattieni, e se tu mi trattieni, io rischio di rimanere piccolo a vita: rischio di fermarmi.
E se mi sento trattenuto, la mia rabbia aumenterà, proprio perché il mio bisogno di diventare una persona adulta, verrà frustrato o deluso, e io dell’altro dolore proprio non lo voglio, mamma.
Ma vedi, cara Mamma, tutte queste cose io non posso dirtele, per il semplice fatto che non le so, non le conosco: sento solo un gran trambusto dal mattino alla sera.
Io vorrei che fossi tu a dare un nome ai miei vissuti profondi che io non riesco a decifrare,
d’altronde tu ci sei già passata, no?
Sì che ci sei passata, ma hai congelato, scusami se insisto, ma in quella parola c’è tutto: c’è il problema e c’è la soluzione.
Ma tu ti spaventi e mi giudichi, e così perdiamo entrambi l’occasione di rendere le nostre vite e questo contesto, più vivo, più vitale e più interessante.
Questo sto cercando di fare, non ce l’ho con te, e basta con tutte queste banalità che vi raccontate sui social del tipo “se la prende con te perché sei l’unica con cui sa di poterlo fare”: cazzate!
Se la prende con te per aiutarti, e per aiutarsi, perché se non ti scongeli tu, lui non sente di poterlo fare da solo.
Ma non ti può dire tutto questo con la logica, non può dirtelo in modo lineare, perché quello piacerebbe a te, così l’emozione resterebbe ancora congelata.
No, ti deve far vedere il muro invalicabile che cela una porta invisibile.
Un po’ come nei video games, che per riuscire a vederla devi acquisire dei poteri attraverso delle prove.
Ma tu non hai neanche iniziato il gioco.
Ti sta dicendo: “io sono come una cassaforte, ma ho dimenticato la combinazione.
Io voglio che sia tu a trovare quella combinazione. Ma per renderti le cose più difficile, perché l’adolescente è bastardo, e non può che esserlo, la combinazione te la cambia ogni giorno.
E ti sta aiutando perché non puoi trovare la combinazione che apre la sua cassaforte, se prima non trovi la combinazione che riapre la tua cassaforte, quella dove hai chiuso a chiave il tuo dolore.
Cosa puoi fare da subito — e cosa no
Cosa puoi fare da subito?
Per prima cosa inizia a mettere uno spazio vuoto tra la rabbia di tuo figlio e la tua reazione automatica.
Solo questo, per iniziare. È già potentissimo.
Se riesci, trova anche due minuti per stare da sola in una stanza. Chiudi gli occhi e SENTI.
Qualcosina inizierà a sciogliersi.
Prendi un quaderno e annota le tue sensazioni, e qualsiasi altro pensiero di passi per la testa.
- Nota quanto sia difficile stare in quel sentire
- Nota quanto ti alleggerirà, quando riuscirai a starci.
Ma sappi una cosa: per sentire la leggerezza, serve prima stare un po’ nella pesantezza.
Cosa non fare.
Non perderti per cercare le cause del dolore — tuo o suo. Non serve.
Non provare a cambiare niente nella relazione con tuo figlio, se non l’interruzione di schema di cui sopra.
Non provare a dirgli “sai che ho capito perché la rabbia…..”: lascia perdere, ti metteresti in guai peggiori.
Interrompi lo schema e osserva cosa sta cambiando in te e intorno a te. Senza aspettative.
Se le cose peggiorano, stai andando nella giusta direzione.
Se non si crea nessun attrito, nulla si sta muovendo.
Tuo figlio non aspetta altro che tu la smetta di aver paura del muro, e inizi a vedere la porta.
Se fino ad oggi hai usato degli approcci atti ad abbattere il muro, forse è arrivato il momento di arrendersi — non in modo definitivo, ma temporaneo.
Io posso aiutarti a vedere quella porta, ma non posso decidere al posto tuo.
L’unica paura che dovresti avere è che tutto rimanga così come è.
Mamma Start è il primo passo fuori dalla paura che ti blocca.”
Paride.